Weekend a Mostar (Bosnia Erzevovina) e il suo ponte (stari most) ricostruito

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Nel mio tour estivo 2011 per l’ex Jugoslavia, la prima prima tappa in  in Bosnia ed Erzegovina è stata Mostar, nota ai più per le tristi vicende della guerra civile Jugoslava. Partendo da Dubrovnik in Croazia in autobus, ho raggiunto la città in circa 3/4 ore di viaggio, tra continui saliscendi, strade sterrate ed una piacevolissima sosta prolungata alla dogana. Se vi state chiedendo cosa vedere a Mostar, il motivo principale è il celebre ponte che dà il nome alla città. Lo Stari Most, letteralmente Ponte Vecchio, e le torri sulle due rive, dette i “custodi del ponte” (mostari), sono state riconosciute dall’Unesco come patrimonio dell’umanità nel 2005.

Avvicinandosi al centro abitato si può notare come ci sia una zona periferica molto moderna. In una sorta di area industriale abbiamo notato capannoni e concessionarie auto in pieno stile “globalizzato”. Qui iniziano a vedersi anche i segni di una guerra non troppo lontana dai giorni nostri. Nonostante si stiano facendo molti sforzi c’è ancora la presenza di edifici crivellati di colpi e aree abbandonate. L’esperienza complessiva all’arrivo in città però èmolto positiva, traffico ordinato, bar, ristoranti, negozi e tanto altro


LO STARI MOST

Lo Stari Most o vecchio ponte nella lingua locale, fu costruito nel XVI secolo e restò in piedi per più di quattrocento anni, finché, il 9 novembre del 1993, esattamente vent’anni fa, non fu preso di mira dall’artiglieria croato-bosniaca. E venne giù, tristemente.
Quella fu una delle immagini più devastanti della guerra di Bosnia, scoppiata nel 1992. Una guerra in cui i tre popoli del paese, bosgnacchi (musulmani), serbi e croati, si combatterono senza sconti. Aprirono le ostilità i serbi. Croati e bosgnacchi, che avevano votato l’indipendenza dalla Jugoslavia, cercarono di resistere. Poi i croati, che sottobanco avevano negoziato con Belgrado la spartizione del paese, rivolsero le armi contro i bosgnacchi e aprirono un secondo fronte, cercando di ritagliarsi, alla stregua dei serbi, una loro piccola patria monoculturale all’interno della Bosnia. Mostar, città mista, con le componenti bosgnacca e croata ad equivalersi (35%) e una minoranza serba (15-20%), andatasene all’inizio del conflitto, fu uno snodo cruciale degli scontri.

I croati buttarono giù il ponte non perché avesse rilevanza strategica. Lì sopra, d’altronde, i carri armati non ci passavano: non c’era spazio. La distruzione fu uno sfregio gratuito.

Il ponte, incluso recentemente nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità, venne ricostruito sotto l’egida dell’UNESCO. Le sue 1.088 pietre vennero lavorate secondo le tecniche medievali; il lavoro di ricostruzione è costato circa 12 milioni di euro e lo Stari Most venne riaperto il 22 luglio 2004, con cerimonie basate sull’idea di una riconciliazione fra le comunità bosniache dopo gli orrori della guerra, anche se il rancore e la diffidenza restano evidenti.


LA MAPPA


COSA VEDERE A MOSTAR

Il quartiere musulmano. È situato nella parte destra della città, al di là del fiume Narenta. Il primo impatto è forte e sembra quasi di ritrovarsi in una tipica località turco ottomana. Si cammina su una strada formata da pietre di fiume (consiglio scarpe comode) sulla quale si affacciano le tipiche architetture. Sono abitazioni distribuite su due livelli che fondono l’uso della pietra con quello del legno. Il legno permette di leggere la facciata e dona al quartiere un aspetto unitario. Al piano terra sono ricavati gli spazi commerciali, che assieme formano un bazar. Il primo piano è dove si trova l’abitazione, spesso anteceduta da un ballatoio. Si estende anche al di là dello Stari Most e la testimonianza è data dalle due moschee. I ristoranti qui situati offrono una cucina tipica araba, con influenze slave ed europee.

Il vecchio Bazar Kujundziluk.
 È situato all’interno del quartiere musulmano ed è l’unione delle tante piccole botteghe tipiche. Si può trovare di tutto: capi di abbigliamento tipico, prodotti di oreficeria, lampade, narghilè, oggetti per la casa, tappeti, cappelli turchi, ciabatte tipiche, borse, bracciali, vasellame e tanto altro ancora. I prezzi sono molto bassi ed è possibile pagare non solo con la moneta locale – il marco – ma anche in Euro e in Kune (moneta croata).

Lo Stari Most. Ho già accennato la sua storia, ma in questo caso mi limiterò a descriverlo. È alto 24 metri, lungo 30 con una larghezza di 4. Ha una forma ad arco continuo a sesto acuto ed è fiancheggiato da due torrioni denominati “Mostari”. Già dal XVII secolo era utilizzato per scopi sportivi: qui si tiene una competizione di tuffi fra le più famose al mondo.
Il Kriva Ćuprija (Ponte Storto). Si trova oltre lo Stari Most e permette il guado sul torrente Dum. Fu costruito nel 1558 e ricorda nella forma lo Stari Most. Anch’esso è stato costruito utilizzando la pietra locale ed è accessibile mediante una piccola via laterale.

La Moschea del pascià Koskin-Mehmed e tutte le altre piccole moschee. Dopo lo Stari Most è forse l’altro simbolo di Mostar. È situata nel quartiere musulmano, sulle sponde del fiume Narenta. Per accedervi occorre sottopassare un arco, per essere immessi in un cortile in cui è stato ricavato un piccolo cimitero. La moschea è anticipata da un porticato in legno e per entrarvi e salire sul minareto. L’interno è composto da un’unica stanza, dalle modeste dimensioni. Il cuore della struttura è proprio il minareto: da qui si gode una perfetta vista sul ponte. Il ballatoio è molto stretto e non permette di muoversi al meglio. Prestare la massima attenzione.

 
Le abitazioni martoriate. 
Lo so, è brutto inserire queste abitazioni fra le attrazioni della città. Ma se ho deciso di consigliarle è perché riescono a farci comprendere quanto la guerra sia stata devastante. Sono per lo più grandi palazzi, completamente abbandonati e inagibili, che parlano molto più di un libro di storia. E li trovi in tutti gli angoli della città, quasi a voler testimoniare quello che vi era stato una ventina di anni fa.I cimiteri musulmani lungo la strada. Sembra assurdo, ma nel centro della città, in mezzo alla strada e senza recinzioni, sono ricavati i cimiteri della comunità musulmana perita durante la guerra dei Balcani. Tutte tombe bianche che raccontano la storia di giovani e meno giovani morti per difendere il loro territorio e la loro cultura. Spazi di riflessione, che spesso si contrappongono alla nuova immagine di progresso che lentamente avvolge la città. Frasi in arabo a donare alle vittime un pensiero, didascalie necessarie per farci conoscere il caduto.


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